Prima di venire in Nepal, ho prenotato tramite Get Your Guide il tour di un villaggio di rifugiati tibetani da Pokhara. Ammetto che ci ho pensato bene prima di farlo perché – se mi segui da tempo lo sai – sono contro tutti quei tour che hanno a che fare con la pornografia della povertà e con tutto quello che manca di rispetto alle persone del posto.
Questo tour, però, è proprio l’opposto. La guida proviene da una famiglia tibetana. Nato e cresciuto in Nepal è appassionato della sua cultura e accompagna i visitatori alla scoperta della storia e delle tradizioni del Tibet. Sono disponibili diverse opzioni (tour mattutino, pomeridiano o di tutta la giornata) ed io ho scelto quello del pomeriggio.
Questa esperienza è stata una delle più interessanti del mio viaggio in Nepal. Se, come me, non pensi di andare in Tibet in un futuro prossimo e ami scoprire le altre culture, in questo articolo ti racconto la mia onesta opinione sul tour e ti do tutte le dritte per vivere la stessa, meravigliosa esperienza.
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La conversazione con un monaco
Uno dei punti salienti del tour è stata la possibilità di parlare con un monaco (il ragazzo nella foto qui sotto). Vivendo in Cambogia, ho già avuto modo di parlare con dei monaci ma qui praticano un altro tipo di buddismo e, comunque, ogni persona è a sé. Il tour avrebbe dovuto essere di gruppo ma eravamo solo una signora spagnola al suo primo viaggio in Asia ed io.
Questo ha reso particolarmente interessante la conversazione con il monaco perché, da una parte, la signora spagnola aveva una visione totalmente occidentale della vita (non è una critica ma un’osservazione e l’ha detto lei stessa) mentre io mi sono trasferita in Cambogia anche perché lì, e in Asia in generale, il modo di vivere e vedere la vita è più affine a quello che ho sempre avuto, anche quando abitavo in Italia.
Mi sento spesso come sospesa fra questi due mondi, perché ho abitato in Italia per 37 anni e mi sono state inculcate tutte le cose che vengono assorbite da chi nasce e cresce in Occidente e, in questo caso, in Italia. Di conseguenza, la mia mente è ancora abituata a fare gli stessi ragionamenti della signora spagnola, ma in realtà, sin da quando ero piccola, io ho sempre creduto nella reincarnazione, nelle vite passate e, da quando vivo in Cambogia, ho iniziato a lavorare seriamente su di me partendo dalla consapevolezza che è solo cambiando l’interno che possiamo far mutare anche l’esterno.
Il discorso sarebbe lungo ma la conversazione con il monaco è stata illuminante e anche stimolante. Fra tutti i suoi insegnamenti, a parte quello di vivere nel momento presente, consiglio che ricevo spesso anche in Cambogia ma che spesso trovo “più facile a dirsi che a farsi”, mi è rimasto particolarmente impresso come lui non si preoccupi di tutto quello che non lo riguarda. Mi spiego meglio: il suo obiettivo è quello di aiutare gli altri, mettendoli sempre al primo posto, ma, per esempio, non si cruccia in merito a come sarebbe la sua vita se vivesse con la famiglia, andasse all’università in città e via dicendo perché lui vive al monastero, lo ha scelto (dapprima ci è andato per volontà della famiglia, quando lui aveva 6 anni, ma poi, una volta finita la scuola, ha deciso spontaneamente di rimanere lì per continuare a frequentare il college, dove insegnano solo nozioni buddiste e non più le materie della scuola moderna).
Il senso del suo discorso era: io sono qui, non sono lì. Di conseguenza, non si cruccia su quello che non è, non fa e non ha.
La visita a una famiglia del posto
Una volta finita la conversazione con il monaco, ci siamo spostati a un altro monastero nelle vicinanze, dove abbiamo assistito alla puja, una cerimonia con preghiere e offerte rivolte a una divinità. Dopo, siamo andati a piedi presso la casa di una famiglia del posto, dove la signora aveva preparato del pane e del té tipici.
In realtà, la guida ci ha spiegato che, in Tibet, il té, il pane e gli altri cibi che abbiamo assaggiato sono preparati usando il latte della femmina dello yak (in tibetano, si chiama “dri”) ma questi animali non possono sopravvivere a queste temperature e necessitano di vivere a una certa altezza minima, allora, i prodotti sono stati preparati con il latte di mucca o di bufala.
La casa era molto carina, con attrezzi moderni e alcuni che erano delle rivisitazioni di quelli tipici tibetani, come un oggetto tradizionale per preparare il té.
Imparare di più sul Tibet
Ammetto tranquillamente che, prima di partecipare a questo tour, non sapevo granché sul Tibet. La guida ci ha spiegato come mai la situazione attuale è questa, perché è così difficile risolverla e anche com’era la vita dei suoi genitori, in Tibet, prima degli anni ’50. A quei tempi – ci ha raccontato – il Paese era come isolato, non c’erano neanche le necessità più basiche, tipo il sapone, allora le persone si lavavano la faccia con il burro che, al mattino, si formava sul té.
Ancora, per via del freddo, le persone non facevano quasi mai la doccia, tanto che poi, quando hanno dovuto lasciare il Paese e sono andate in Nepal o India, molte sono morte per via di malattie che si sono diffuse a causa della scarsa igiene (tra l’altro, non erano abituate a quelle temperature).
Gli sforzi dei genitori della guida e delle persone come loro sono stati notevoli perché questi hanno dovuto ricominciare da zero in un Paese straniero, senza parlare altra lingua al di fuori della loro e senza saper leggere o scrivere. In più, in Tibet non c’erano industrie, quindi, nessuno aveva le competenze per svolgere dei mestieri del genere in Nepal o India.
Adesso, quasi tutte le persone che sono state le prime ad arrivare qui sono morte, e ci sono già terze o quarte generazioni di giovani nati in Nepal. La guida ci ha spiegato anche dei dettagli della vita quotidiana che non posso riportare qui. È stato anche molto interessante sentirlo parlare del Dalai Lama, di come questo sia una figura di riferimento per il 99% dei tibetani e di come egli abbia predetto che morirà quando avrà minimo 113 anni perché ha ancora tanto lavoro da fare e risolvere la questione fra Cina e Tibet richiederà tempo. Inoltre, la sua vita è stata e continua a essere di beneficio per molte altre persone, quindi, il Dalai Lama ha intenzione di vivere ancora a lungo.
La guida ha spiegato come, secondo i buddisti tibetani, ci sono le persone che sono rinate, come noi, e quelle che si sono reincarnate, come il Dalai Lama. Nel primo caso, non ricordiamo niente né delle vite passate né di dove eravamo prima di nascere questa volta, e non possiamo decidere quando moriremo, mentre, nel secondo caso, non solo la persona può scegliere quando morire ma può anche pianificare in chi si reincarnerà nella prossima vita. In più, sin da piccola ha chiari ricordi delle vite precedenti.
Personalmente, ho sempre creduto nella reincarnazione e da piccolissima avevo dei “ricordi” che mi si presentavano ogni notte non appena chiudevo gli occhi prima di addormentarmi. Oltre questo, ho sempre sentito che non ha senso venire qui solo per una volta, per pagare le bollette e districarci fra le varie problematiche causate dal distacco da noi stessi/dal divino e dalle dinamiche di una terza dimensione che ora sembra stia andando verso la quarta ma, comunque, di un mondo ancora lontano dalla quinta dimensione. Di conseguenza, parlare con la guida e ascoltarlo raccontare di come i buddisti tibetani vedano il mondo e la vita per me è stato particolarmente arricchente.
Infine, la guida ci ha spiegato le ragioni per cui, nonostante le difficoltà, i rifugiati tibetani sia in Nepal sia in altri Paesi come India o Buthan hanno una vita dignitosa. Se mi segui da tempo forse ricordi che, a gennaio 2022, sono andata per una settimana in un campo profughi al confine turco-siriano con una Onlus italiana, per scrivere un libro sul loro lavoro. La realtà lì era completamente diversa, con una distesa di tende e vite al limite della sopravvivenza.
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Consiglio la visita al villaggio dei rifugiati tibetani?
Come avrai intuito leggendo fin qui, sì, questo è un tour che consiglio a chi vuole approfondire o approcciare la cultura tibetana avendo modo sia di ascoltare le spiegazioni della guida sia di porre domande a lui e al monaco (nepalese). In questo tour si cammina poco, il focus non è vedere delle attrazioni turistiche, come dei monumenti, anche se si ammirano bei monasteri e anche scorci naturali con le montagne a fare da sfondo, ma è un tour che permette di vedere non con gli occhi “normali” ma forse con il terzo occhio, che ci collega alle dimensioni superiori.
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