Gli anziani Mijikenda

Sono appena tornata da un viaggio di due settimane in Kenya durante il quale ho trascorso dieci giorni con Laura Scrivani, expat italiana che vive lì da 11 anni. “Lì” è un villaggio nel bush – quindi, nell’entroterra – a poca distanza da Malindi, che porta il nome di Msoloni.

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Da lì, a bordo di una moto – guidata dai ragazzi del posto – è possibile raggiungere, dopo circa una mezz’ora di viaggio che spazia dalle strade sterrate del villaggio a quelle asfaltate e caotiche di Malindi, un villaggio che villaggio non è. Questo posto, infatti, è nato come centro culturale, fondato da MACDA, associazione culturale di Malindi, e supportato anche dalla stessa Laura Scrivani tramite ll Villaggio delle Storie ODV.

Il mio scopo ufficiale, durante le mie visite, è conoscere gli anziani e raccogliere le loro storie ma, in realtà, lo so già, quello che cerco va oltre questo. E, come sempre, accade in maniera naturale.

Io (con la maglia rosa), Laura Scrivani (accucciata) e Monica, una sua ospite, con alcuni anziani Mijikenda

In Occidente, le persone sanno poco sui Mijikenda ed io non faccio eccezione. Gli anziani che vivono in questo villaggio – tranne un uomo – sono qui perchè sono stati accusati dai propri famigliari di essere streghe o stregoni e di praticare la magia nera. In questa zona del Kenya, la magia è qualcosa di molto sentito e, nei miei soli 10 giorni lì, ho avuto modo di ascoltare tante storie al riguardo – come quelle delle persone che, durante la messa, pregano così intensamente da svenire o quella di una signora trovata a letto con il vicino di casa, che si è dichiarata “impossessata” – e ho anche avuto modo di visitare una grotta sacra dove, si dice, vive uno spirito musulmano. Questo non possiamo saperlo con certezza ma possiamo dire con sicurezza che quella grotta è usata regolarmente da un Mganga, ovvero uno stregone, che ci va per praticare i suoi rituali.

Momenti di condivisione
Momenti di condivisione

Momenti di condivisione

Mi è stato spiegato che, in realtà, questa della magia nera è una scusa che spesso figli o nipoti usano per sbarazzarsi del parente anziano e impossessarsi delle sue terre. Alcuni anziani sono riusciti a scappare dalle loro case per tempo, grazie a una soffiata di qualcuno – come un vicino di casa o un’altra persona del villaggio – ma altri, purtroppo, sono arrivati al villaggio già feriti.

Fra loro spicca un signore dallo sguardo dolce, al quale hanno amputato entrambe le mani con il machete. In realtà, un uomo era entrato in casa sua per ucciderlo e lui, d’istinto, si è portato le mani davanti alla faccia, per ripararsi dai colpi. L’uomo gli ha tagliato entrambe le mani e adesso il suo sogno è quello di avere delle protesi.

Il signore a cui hanno tagliato le mani con il machete
Il signore a cui hanno tagliato le mani con il machete

Alcuni anziani vivono qui con i loro figli o nipoti, che non hanno un altro posto in cui stare. In ogni caso, nessuno di questi anziani può tornare a casa, perchè lì sarebbero nuovamente in pericolo di vita.

Le difficoltà al villaggio degli anziani Mijkenda

Com’è facile intuire, in un contesto del genere ci sono tanti bisogni. Quello che mi è andato più all’occhio è la rassegnazione che impregna l’aria e che si riflette anche negli occhi opachi degli anziani. Essere traditi così brutalmente dai famigliari, ovvero da chi dovrebbe amarti più di ogni altra persona al mondo, porta con sè un livello di trauma che per la maggior parte di noi è semplicemente impossibile immaginare.

Inoltre, gli anziani avevano già delle vite non proprio facili, quando abitavano nei loro villaggi. Nonostante gli sforzi delle persone coinvolte nel progetto, purtroppo anche nel villaggio dove gli anziani abitano adesso, ci sono tante necessità e i fondi non sembrano mai abbastanza.

Molti anziani hanno acciacchi o malattie, il cibo a volte scarseggia e, in più, il villaggio si trova a poca distanza da un altro. Le persone di questo secondo villaggio, però, non aiutano gli anziani, anzi, durante la visita mi è stato detto che hanno cercato di rubar loro le capre.

La difficoltà maggiore, secondo me, è far passare il tempo, riempire le giornate, coprire o riscoprire la vita. Gli anziani si tengono impegnati facendo ceste o altri lavoretti manuali ma non hanno altre competenze. Molti, se non tutti, non sono mai andati a scuola. In più, tante persone del posto ancora hanno paura di loro e credono alle dicerie messe in giro dai loro famigliari. Per questo, diverse persone della zona non si avvicinano neanche al villaggio.

I miei momenti con gli anziani Mijikenda – un bagno di umanità

Quando metto piede in situazioni del genere, lo faccio sempre partendo da un presupposto che dovrebbe essere ovvio ma che, troppo spesso, dimentichiamo: siamo tutti esseri umani. Nella mia mente, quindi, non sarei andata a trovare “dei poveri anziani che sono stati a rischio di essere uccisi dai loro cari e che non hanno praticamente niente” ma delle persone. E che persone! C’è la nonnina di 90 anni che balla sempre – e che ha ballato anche con me – che bisticcia sempre con un’altra signora, non vedente, che conosce da quando abitavano vicine al loro villaggio natale. In realtà, nonostante tutto questo battibeccare, poi si tengono per mano e si vogliono bene.

C’è quel signore dall’aria elegante, c’è un giovanotto con la sindrome di Down carico di vita, c’è il signore senza mani che la seconda sera, quando le donne stavano lavando le stoviglie in procinto di cenare e un’altra stava rimestando la polenta nella padella, mi ha detto nella sua lingua natia, il giriama: “Ho fame.” Io gli ho risposto, in inglese, che la signora aveva quasi finito, la polenta era ormai pronta. Lui era contento di mangiare, credo, ma gli occhi erano ancora velati. È difficile da descrivere a parole ma è stato come interagire con un bambino piccolo, che ha dei bisogni primari, e anche che, nonostante tutto, vuole la polenta per cena. La parola che mi viene in mente, per questo contesto, è “dolcezza”. Una dolcezza con un pizzico di amaro, però, perchè è impossibile dimenticare non solo i motivi per cui quelle persone sono lì ma anche come, in generale, abbiano avuto vite tutt’altro che facili. Credo che in certi casi potrei proprio dire che hanno avuto vite ingiuste. Penso a entrambe le signore di cui ho scritto prima – la signora che balla sempre e la sua amica non vedente – entrambe date in spose da bambine, “prima ancora che si fossero sviluppate”, ha detto il traduttore, e i cui famigliari, quando loro avevano 2 o 3 anni, o addirittura quando le madri erano incinte, già sapevano a chi sarebbero state date in spose.

Nonostante i traumi e le difficoltà di una vita, queste persone mi hanno accolta in maniera trasparente, ognuno a modo suo. È per questo che adesso scrivo questo articolo, perchè io stessa – prima di entrare in contatto con Laura – non avevo mai sentito parlare dei Mijikenda o, in particolare, di questi anziani e della loro situazione.

Spesso, nella vita di tutti i giorni, il nostro focus è su quello che, in realtà, è futile. Guardiamo solo dove punta il grande dito, e a volte neanche lì. Gli anziani Mijikenda forse abitano lontani da te, e ti sembrano distanti per lingua, cultura e tradizioni, ma, in fondo, sono vicini a tutti noi, esattamente come lo sono tutte le altre persone del mondo. Per questo, credo sia importante apprendere di loro e ricordarci che esistono, non come “dei poveri vecchietti bisognosi” ma come nonni e nonne, che abitano solo un po’ più in là.

Anziana

Per contribuire ai progetti relativi agli anziani Mijikenda in Kenya:

Il Villaggio delle Storie ODV

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Stefania Mottes
Stefania Mottes
25 Ottobre 2024 16:28

Conosco gli anziani e conosco Laura. Niente è più veritiero di quanto hai scritto. Grazie

Maricla Pannocchia
Maricla Pannocchia
25 Ottobre 2024 18:21

Grazie delle tue parole. Le apprezzo molto

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