Contenuti
- 1 (Nairobi, Kenya)
- 2 Ciao Susan, cosa intendi quando dici “non ho mai saputo di essere nera fino a quando non ho lasciato l’Africa”?
- 3 Qui in Kenya avete la parola, “Mzungu”, che significa “persona bianca/persona straniera”. In che modo chiamare una persona “Mzungu”, secondo te, è diverso dal chiamarne un’altra “nera”?
- 4 Puoi raccontarci qualche vicenda che ti è successa che dimostra come ti è capitato di essere trattata diversamente rispetto a una persona bianca?
- 5 Vuoi raccontare anche un altro episodio...
- 6 E una terza vicenda...
- 7 Non so se è così anche in altri Paesi occidentali ma in Italia gli adulti, solitamente i genitori, dicono ai bambini “finisci quello che hai nel piatto, che in Africa ci sono i bambini che muoiono di fame.” Cosa ne pensi?
- 8 Ieri mi raccontavi una storia a questo proposito. Ti va di condividerla?
- 9 Le persone che mi seguono online sanno che m’impegno per far capire alla gente che il volontariato andrebbe fatto in maniera responsabile, solo quando ci sono comporvate competenze/qualifiche e tempistiche, e non come metodo per viaggiare senza pagare vitto e alloggio o per riempire i propri profili social di foto e video che attirano tanti “mi piace”. Cosa pensi al riguardo?
(Nairobi, Kenya)
Ho incontrato Susan nell’ostello che gestisce a Nairobi, il Jabulani Backpackers Hostel Nairobi, e ci siamo messe a parlare. In lei ho trovato una donna dalla spiccata intelligenza emotiva, ricca d’ironia e con la capacità di esprimere chiaramente i propri pensieri. Susan ed io ci siamo ritrovate a parlare di quei pregiudizi – perchè di questo si tratta, alla fine – che spesso gli occidentali hanno nei confronti degli africani.
Thank you for reading this post, don't forget to subscribe!In questa intervista, Susan ci racconta delle varie esperienze negative che ha dovuto affrontare e dà la sua opinione (che io condivido appieno) su come sia importante fare volontariato solo se si è qualificati e viaggiare per cercare di ampliare veramente i propri orizzonti e non per confermare, a livello conscio o meno, i propri bias.
Ciao Susan, cosa intendi quando dici “non ho mai saputo di essere nera fino a quando non ho lasciato l’Africa”?
Ho sempre saputo che il colore della mia pelle è il nero ma qui non identifichiamo le persone in base al colore della pelle. Non diciamo “quello è bianco” o “quello è nero”. In tutta la mia vita non mi sono mai sentita definire come nera fino a quando non ho lasciato l’Africa. A quel punto, ho cominciato a sentire della gente dire “quella persona è nera.” E mi sono detta, “Aspetta un attimo, stanno parlando di me?!”. Lì ho capito che in certi Paesi le persone sono etichettate in base al loro aspetto fisico e per me è stato molto, molto strano.
Qui in Kenya avete la parola, “Mzungu”, che significa “persona bianca/persona straniera”. In che modo chiamare una persona “Mzungu”, secondo te, è diverso dal chiamarne un’altra “nera”?
“Mzungu” significa straniero, qualcuno che non è di qui. Quando la gente dice “persona nera” è differente perchè spesso quest’affermazione non è in relazione a qualcosa di positivo. Quando qualcuno qui ti chiama “Mzungu” – che significa “persona bianca” in Swahili – questa parola non ha una negatività intrinseca. È un dato di fatto, questa è una persona bianca, qualcuno che viene da fuori. Generalmente, quando la gente dice “persona nera” non lo dice tipo “oh, guarda che bello, una persona nera!”, no, di solito quella frase ha un’accezione negativa. È difficile per me da spiegare ma, in linea di massima, quando qualcuno dice di un’altra persona che questa è nera, non lo intende come qualcosa di positivo.
Puoi raccontarci qualche vicenda che ti è successa che dimostra come ti è capitato di essere trattata diversamente rispetto a una persona bianca?
Comincio raccontando la storia accaduta con gli agenti dell’immigrazione, all’aeroporto di un Paese asiatico. È stato molto interessante perchè siamo scesi dall’aereo, ero l’unica nera e sono stata l’unica persona a cui gli agenti dell’immigrazione hanno chiesto la prova del fatto che avessi fondi a sufficienza per coprirmi le spese durante il soggiorno nel Paese. Volevano che gli mostrassi di avere 1.000 dollari in contanti e questo non rientra fra le cose che devi avere per entrare nel Paese. Avevo tutto ciò che era richiesto sul sito Internet per entrare nel Paese, come gli alloggi prenotati. L’unica cosa che mancava erano i 1.000 dollari in contanti. Mi hanno tenuta all’aeroporto per 6 ore, solo perchè non avevo quei 1.000 dollari in contanti. Specifico che avevo 1.000 dollari ma non in contanti. Gli agenti dell’immigrazione mi hanno detto di usare l’ATM e ritirare i soldi ma c’è un limite giornaliero a quanti soldi puoi ritirare da un ATM e quindi non ho potuto prelevare tutti i 1.000 dollari richiesti. Potevo ritirare solo l’equivalente di 300 dollari e l’ho fatto ma loro mi hanno detto che non potevo comunque entrare nel Paese. Dovevo prelevare 1.000 dollari ma non sapevo da dove prenderli. Quello che mi ha irritata riguardo a questa situazione è il fatto che gli agenti dell’immigrazione non hanno fermato nessun altro. A nessun altro hanno chiesto la prova dei 1.000 dollari in contanti. Quando il mio volo è atterrato, c’erano anche i passeggeri di altri 3 o 4 voli e a nessuno è stato chiesto di mostrare 1.000 dollari in contanti. Lo hanno chiesto solo a me. Direi che il motivo per cui mi hanno fermata è ovvio.
Vuoi raccontare anche un altro episodio...
Sì, il secondo episodio è accaduto quando ero a fare shopping a Hong Kong e non penso che ci siano molte persone con la pelle nera che vivono lì. Ero dentro un negozio di vestiti di una nota catena e a un certo punto questa signora bianca è venuta verso di me e mi ha chiesto se potesse avere quella maglietta in un’altra taglia, dando per scontato che io lavorassi lì. Le ho domandato, “Perchè lo chiedi a me?”. C’erano molte persone a fare shopping e, come ho detto, Hong Kong non è un posto in cui la maggioranza della gente ha la pelle nera, altrimenti avrei potuto capire il suo comportamento.
La mia domanda è stata, “Perchè, di tutte le persone che ci sono nel negozio, lo hai chiesto proprio a me?”. C’erano tante altre persone con la pelle bianca, ce n’erano molte asiatiche, e poi c’ero io. Quindi, perchè dare per scontato che proprio io lavorassi lì? Quando gliel’ho detto lei ha risposto, “Ah, non lavori qui?!”. Sarebbe stato più logico se lo avesse chiesto a una persona asiatica, visto che eravamo a Hong Kong ed è più plausibile che le commesse dei negozi siano asiatiche piuttosto che nere. Come dicevo, Hong Kong non è così cosmopolita da avere un gran numero di persone nere. Quella sua domanda, per me, è stata rivelatoria di cosa questa signora pensasse su di me e, ovviamente, non l’ho apprezzato perchè non mi ha chiesto se lavorassi nel negozio, al che le avrei risposto che stavo facendo shopping, ma l’ha dato per scontato.
E una terza vicenda...
Sì, questa è avvenuta in un bar a Kuala Lumpur, in Malesia. Mi ero stufata di stare nella camera di albergo e ho deciso di andare a vivere la nightlife. Se siete stati a Kuala Lumpur sapete che c’è una strada che si chiama Bukit Bintang, dove ci sono molti bar. Mi piace uscire, guardare la gente, quindi, stavo camminando e passando in rassegna i bar ma erano tutti pieni. Sono dovuta andare sino alla fine della strada, dove ho trovato un locale quasi vuoto che aveva dei tavoli molto grandi, che avrebbero potuto accomodare fra 5 e 8 persone. Ho chiesto al camierere se potevo sedermi lì anche se i tavoli erano così grandi ed io ero da sola. Mentre parlavo, il manager o il proprietario, non saprei, è venuto verso di me con aria aggressiva, dicendo, “Qual è il problema?”. Sia io sia il cameriere lo abbiamo guardato straniti, perchè non c’era alcun problema e alcuna necessità per lui di comportarsi così. Il manager ha continuato dicendo, sempre in tono rabbioso, “Cosa vuole questa?” e ho risposto che stavo chiedendo se potevo sedermi a uno di quei grossi tavoli anche se ero da sola e lui mi ha risposto di no.
Mi ha detto che non potevo sedermi a quel tavolo ma non mi ha offerto un’alternativa, come accade di solito, dicendo, per esempio, “no, non puoi sederti qui perchè è troppo grande per una persona sola, o perchè è prenotato, ma puoi sederti da quest’altra parte.” Ho percepito molta aggressività nei miei confronti da parte di questa persona, che non mi conosceva neanche.
A quel punto gli ho detto, “Dimmi dove posso sedermi” e lui mi ha risposto, “Questo tavolo è prenotato. Non puoi sederti fuori ma devi andare dentro.” Ero piuttosto irritata ma ho deciso di dargli il beneficio del dubbio e mi sono detta che la sua scelta non aveva niente a che vedere con il colore della mia pelle, con il mio aspetto fisico. Ero l’unica seduta dentro, quindi, dopo un po’, ho detto di volermi sedere fuori e mi sono messa a parlare con il cameriere, dicendo che mi sarei spostata fuori e che quando le persone del tavolo prenotato fossero arrivate, mi sarei spostata di nuovo. Nel mentre, il manager è tornato alla carica, sempre in tono aggressivo, chiedendo, “Qual è il problema?”, al che ho risposto che non avevo nessun problema, volevo solo sedermi lì fuori e lui ha cominciato a dire che non potevo.
Gli ho risposto che, poichè il suo bar era vuoto, avrebbe dovuto essere grato della mia presenza e credo di sapere perchè praticamente non ha clienti. Il suo comportamento non è invitante. Tuttavia, posso dire che quel comportamento è stato causato dal mio aspetto, dal colore della mia pelle, perchè il giorno dopo ci sono tornata con due ragazzi dalla pelle bianca e il modo in cui siamo stati accolti è stato molto diverso. Il manager ci ha dato il benvenuto, ecc… Al che mi sono chiesta, “Cos’è cambiato in me da ieri a oggi?”. Gli ho fatto notare che ero stata lì il giorno prima e mi aveva trattata così male, quindi, quel giorno non ci saremmo seduti ad alcun tavolo del suo bar. Volevo solo vedere se, vedendomi in compagnia di due ragazzi bianchi, avrei ricevuto un trattamento diverso.
Non so se è così anche in altri Paesi occidentali ma in Italia gli adulti, solitamente i genitori, dicono ai bambini “finisci quello che hai nel piatto, che in Africa ci sono i bambini che muoiono di fame.” Cosa ne pensi?
È una frase che, in un certo senso, mi fa ridere. Tanto per cominciare, un’affermazione del genere implica che tutti i bambini africani stiano morendo di fame. Personalmente, non ho mai provato la fame in tutta la mia vita. Questa generalizzizione, che siamo tutti affamati, fa sì che la maggior parte della gente occidentale, quando vede un africano, provi pena per questa persona, anche se, in realtà, neanche ti conoscono. Ho conosciuto persone che erano dispiaciute per me perchè sono africana ma non mi conoscono, non hanno idea del tipo di ambiente in cui sono cresciuta. La mia domanda è: quando dici a tuo figlio di finire il cibo che ha nel piatto perchè in Africa ci sono i bambini che muoiono di fame, in che modo, il fatto che tuo figlio mangi fino all’ultima briciola, effettivamente nutre quei bambini africani di cui tanto parli? Quest’affermazione danneggia gli africani che poi, a pensarci bene, credo che ci siano persone che non hanno cibo da mettere in tavola anche in Europa. Perchè non dici a tuo figlio di finire il cibo nel piatto dato che ci sono bambini europei che stanno morendo di fame?
Come non tutti, in Europa, muoiono di fame, allo stesso modo, non tutti, in Africa, non hanno di che nutrirsi. Quando dici questa frase sui bambini che muoiono di fame in Africa – sottintendendo che quella sia la realtà di tutti i bambini africani – ciò che stai realmente dicendo a tuo figlio, riguardo gli africani, è che questi valgono di meno di lui/di voi.
In Europa ci sono i ricchi, la classe media e i poveri. In Africa, è la stessa cosa. In Europa, una persona che abita in Svizzera ha una qualità di vita differente da qualcuno che vive, per esempio, in Ungheria. Funziona così anche in Africa. La qualità di vita di una persona che vive in Kenya può differire anche di molto da quella di qualcuno che vive in un altro Paese africano. Non va bene fare di tutta l’erba un fascio. Quindi, ti chiedo di smettere di dire questa frase ai tuoi figli (se lo fai). Grazie.
Anche per quanto riguarda i bambini africani che, effettivamente, non hanno da mangiare, come dicevo prima, in che modo il fatto che tuo figlio finisca ciò che ha nel piatto fa sì che quel bambino africano affamato smetta di esserlo? Dire una frase del genere a dei bambini piccoli significa, come già accennato, insegnargli che gli africani sono inferiori e cambiare la loro mentalità quando sono più grandi non è semplice. Per esempio, ho incontrato tanti occidentali adulti che mi hanno fatto delle domande stupide, come “sei africana, come fai a permetterti di essere in questo posto?”. Ed io provo l’istinto di dire loro: “Ma chi vi ha cresciuti? Cosa vi hanno detto?”. Onestamente, quelli che hanno cresciuto questo tipo di persone non hanno fatto un gran lavoro perchè non hanno insegnato ai loro figli che non tutte le persone sono uguali e che, ovunque vanno, ci sono i ricchi, chi vive una vita decente e i poveri.
Ieri mi raccontavi una storia a questo proposito. Ti va di condividerla?
Grazie all’ostello, incontro molte persone che vengono qui in Kenya e si tratta principalmente di viaggiatori low budget. La maggior parte di loro è cresciuta sentendosi dire quella famosa frase di cui parlavamo al punto precedente – che spinge la gente a pensare che tutti gli africani siano così poveri da non avere niente da mangiare – e, generalmente, crescendo sono entrati in contatto con dei messaggi che hanno evidenziato solo quello che gli africani hanno di negativo. L’Africa, per molti, è sinonimo di malattie, guerre, criminalità e povertà.
Quando queste persone vengono qui, le loro menti sono già state plasmate da anni e anni di discorsi così. In più, se sei un viaggiatore low budget, questo non ti aiuta di certo a entrare in contatto con delle realtà che potrebbero aiutarti a capire che l’africano non è necessariamente povero e l’Africa non è per forza un posto piegato da malattie, guerre e povertà. Il viaggiatore low budget medio alloggia in ostello, si sposta con i mezzi pubblici, mangia street food o nei mercati dove vanno le persone locali che non hanno molti soldi e prende parte ad attività che costano poco o niente. Quando queste persone sono qui, quindi, vivono come i locals che sono poveri. Non c’è niente di sbagliato in questo però non permette a questi viaggiatori di entrare in contatto con persone del posto che, invece, i soldi li hanno, e anche tanti! Se, mentre sono qui, queste persone chiedono a me o a qualcuno in giro, dove possono mangiare spendendo un dollaro per pasto è logico che, come dicevo prima, pranzeranno o ceneranno in posti dove ci sono soltanto persone del posto che non hanno molti soldi. Eppure, qui a Nairobi ci sono ristoranti dove un piatto costa 100, 150 o perfino 200 dollari. Essendo viaggiatori low budget, queste persone non entreranno mai in contatto con chi può permettersi di pagare cifre del genere per un solo pasto, perchè non vanno nei posti che questi locals frequentano.
Vi racconto una storia che riguarda un cartollone pubblicitario che promuoveva un appartamento che sarebbe costato 250.000$ e una persona occidentale mi ha chiesto, “Ma chi è che, qui, ha i soldi per comprare un appartamento che costa tutti quei soldi?”. Questa domanda mi ha fatto percepire un complesso di superiorità da parte di questa persona bianca perchè nella sua mente nessun africano può permettersi di acquistare quell’appartamento. Qui ci sono tante persone che potrebbero permetterselo ma, come dicevo prima, tu – viaggiatore low budget – non le incontrerai mai perchè non frequenti i loro ambienti. Questi locals non alloggiano negli ostelli, non mangiano nei mercati o nei ristorantini economici, quindi, non t’imbatterai in loro ma solo perchè non li vedrai mai non dovresti dare per scontato che non esistano.
Inoltre, spesso un viaggiatore low budget, quando si trova in Africa, scatta foto o gira video di posti poveri e, quando torna a casa e qualcuno gli chiede com’è andato il viaggio, ecco che questo mostra quelle foto e quei video e questo conferma quello che la persona già credeva e il viaggio non l’ha aiutata per niente a mettere in dubbio ciò che gli è stato inculcato o ad allargare veramente i propri orizzonti. In più, in questo modo, la persona fa sì che anche altri, sentendo i suoi racconti e vedendo le sue foto e i suoi video, confermino l’immagine dell’Africa che, in linea di massima, già hanno. I viaggi di queste persone non portano a niente di buono e non li arricchiscono. Sì, hanno un timbro in più sul passaporto, ma la cosa finisce lì.
Le persone che mi seguono online sanno che m’impegno per far capire alla gente che il volontariato andrebbe fatto in maniera responsabile, solo quando ci sono comporvate competenze/qualifiche e tempistiche, e non come metodo per viaggiare senza pagare vitto e alloggio o per riempire i propri profili social di foto e video che attirano tanti “mi piace”. Cosa pensi al riguardo?
Questo argomento è molto interessante per me. Ho un rapporto di amore-odio con il volonturismo anche se, a essere sincera, generalmente è più di odio. Per tanti anni, non sapevo neanche che ci fossero persone che partono per fare volontariato. L’ho scoperto solo a questa età. Tanto per cominciare, non capisco come fare volonturismo possa essere considerato legale e poi penso che tante persone che fanno volontariato lo facciano per provare determinate emozioni. Dietro questi comportamenti, spesso c’è il complesso del salvatore bianco. Facciamo un esempio: Giulia, una ragazza italiana, ha una vita abbastanza incasinata. Non ha una casa sua, magari vive ancora con i genitori, non ha una stabilità finanziaria e non ha soldi a sufficienza da poter star tranquilla. Non è in una situazione in cui può dirsi, “Okay, ho fatto tutto quello che volevo nella vita, ora posso aiutare gli altri”. No, niente nella sua vita è al posto giusto ma Giulia pensa che ci sono persone in Africa, o in altre zone considerate esclusivamente povere, che hanno bisogno del suo aiuto.
Prima di partire come volontari, è bene che le persone si chiedano: qual è l’impatto che avrò veramente nelle vite di queste persone? È importante partire dalla professione che ognuno svolge. Ho incontrato molte persone che mi hanno detto di aver fatto volontariato qui in Kenya insegnando ai bambini, al che ho chiesto loro se, nei loro Paesi, fossero insegnanti, e mi hanno risposto di no. Se nel tuo Paese non sei un insegnante, entreresti in un’aula scolastica per iniziare a dare lezioni ai bambini? No. Allora, cosa ti fa pensare che entrare in una classe di una scuola in Kenya, per insegnare quando non sei qualificato per farlo, vada bene? Questo pensiero rivela molto dell’opinione che tanti volontari hanno delle persone che vanno ad “aiutare.” Se i bambini italiani non meritano di avere un insegnante che non ha alcuna qualifica, perchè pensi che i bambini africani, invece, dovrebbero accettare questo insegnante? Davanti a uno scenario del genere, io penso che chi è interessato a fare volontariato insegnando ai bambini, senza qualifiche, pensi che i bambini italiani siano migliori di quelli africani e che questi, di conseguenza, debbano accontentarsi del primo insegnante che passa, anche se non ha mai studiato per ricoprire quel ruolo. È come dire che noi meritiamo meno degli occidentali. Già questo mi dice molto delle persone che vengono qui per fare questo tipo di volontariato.
Inoltre, ci sono tanti volontari che ancora vanno negli orfanotrofi dove ci sono bambini orfani di genitori ma anche bambini i cui genitori non possono dar loro una vita famigliare stabile. In entrambi i casi, i bambini cercano un contatto emozionale con gli altri, un qualcuno che possa dare loro l’amore che non ricevono dalla madre e dal padre. Quando i volontari vanno agli orfanotrofi per una o due settimane, si prendono, forse involontariamente, gioco di questi bambini, che già stanno soffrendo molto. Durante quelle settimane, spesso il volontario è l’unica persona che mostra affetto ai bambini ma poi questo se ne va, in fretta com’è venuto. Che cosa pensi che provi, quel bambino? Ecco perchè è importante, prima di fare volontariato senza competenze e/o per poco tempo, chiederti se andrai a fare del bene o se, invece, danneggerai queste persone. In più, alla fine di queste esperienze, il volontario non ha lasciato ai locals alcuna competenza che questi potranno usare da sè, per migliorare le proprie vite.
Se, invece, sei, per esempio, un nutrizionista e passi anche solo una o due settimane con delle persone che non hanno mai avuto alcun insegnamento sul tipo di dieta che dovrebbero avere per stare bene, ecco che, anche se il periodo di volontariato in sè è ridotto, il tuo intervento è importante e fai veramente del bene, perchè queste persone porteranno per sempre con sè i tuoi insegnamenti.
Per concludere, in Africa ci sono tante persone che – come me – non hanno mai avuto bisogno dei volontari. Non abbiamo mai necessitato di una persona bianca che venisse a salvarci o a giocare con noi per poi postare le foto di quei momenti su Instagram. Per quanto riguarda le foto che vengono pubblicate online, di solito i bambini non danno il consenso o anche se dicono che va bene se gli scatti la foto e la carichi online, generalmente non hanno idea dell’uso che ne farai realmente. Immagina che sei un bambino africano di 5 anni e poi, a 30 anni, ti vedi online, in quella foto che ti è stata scattata quando avevi 5 anni da qualcuno che neanche ricordi, che è venuto a fare volontariato nel tuo villaggio per una settimana o due. Capisci che danni possono provocare foto del genere nelle persone che ritraggono? La gente deve cominciare a fare questo ragionamento: se vieni qui con l’intenzione di fare qualcosa che non ti sarebbe permesso di fare nel tuo Paese, perchè non hai le qualifiche adatte, come mai pensi di poterlo fare in Africa? Prima di partire, quindi, fatti le domande che veramente contano.